🫣Anticipare la paura come motivazione?

L'ossimoro è che noi adulti che abbiamo un vissuto, rievochiamo il passato e abbiamo la smania di lanciare in un futuro che nemmeno sta nella Mente di Dio, motivando così i bambini: "Se studi farai...", come se tutto fosse già scritto. 

La lista sotto "Cosa farò da grande" quando ero bambina era interminabile e cambiava ogni tre per due:  

Volevo diventare:  

1) Ballerina come Raffaella Carrà  

2) Cantante solista allo Zecchino d'Oro per tutta la vita, ignorando che ci sarebbero limiti di età...  

3) Fotografa girando il mondo...  

Uuuhhh...quante altre fantasia avevo per la mia testolina...  

Eppure nessuno mi diceva "studia per diventare questo"; mi dicevano piuttosto "divertiti, prova, guarda cosa ti piace".

 Il futuro arriva sempre dopo, non prima.

Un'altra motivazione premonitrice è "NON AVERE PAURA!", che rievoca i film horror della serie "Non aprite quella porta". 

Solo inciampando si può vedere l'ostacolo per poi non inciamparci sopra più e proseguire più spediti.  

Infatti grazie agli errori e soprattutto alle correzioni ho imparato che per motivare non dobbiamo assolutamente anticipare ansie e paure che al momento il bambino non ha ancora provato né esternato.  

Se le nominiamo noi per primi, gliele regaliamo.

Poi, se invece dimostra di avere timori e paura, restiamo "sul pezzo" per rassicurarlo.

 Ci sediamo accanto, ascoltiamo, diamo il nome a quello che sente e lo accompagniamo un passo alla volta.  

Ma mai pronunciare la parola "PAURA" soprattutto per motivare, perché nel momento in cui la dici, la crei.

Voglio entrare tranquilla in una stanza ma uno mi anticipa dicendo: "Non avere paura, apri!"  

Invece mi fermo perché mi chiedo subito di cosa dovrei avere paura!  

Me lo fece notare un bambino.  

"Perché mi dici che non devo avere paura?  

Devo averne?"

E lì ho capito: noi adulti per rassicurare usiamo parole che invece accendono l’allarme. 

Per motivare usiamo frasi sul futuro che invece spengono il presente.  

Forse la vera motivazione è più semplice: stare qui, ora, sulla stessa frequenza. 

Guardare cosa ha negli occhi il bambino in questo momento e partire da lì, senza anticipare domani, senza evocare paure che non ci sono.  

Solo così quella tazza in bianco e nero può cominciare a prendere colore.

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