🧠La metacognizione 🎇



Cosa s’intende per metacognizione?

Sembra un parolone ingombrante e spesso non si sa dove collocarla nella didattica, perché a molti suona “tanto rieducativo”. In realtà non c’entra niente con il recupero o con chi ha difficoltà. 

Per metacognizione intendo tutti quei passaggi che la nostra mente fa, a ogni età, per imparare. È il momento in cui ci fermiamo un attimo a pensare a come stiamo pensando. 

È quando devo studiare e prima mi chiedo: cosa so già di questo argomento, da dove parto, mi conviene fare una mappa o ripetere ad alta voce. 

È mentre studio e mi accorgo che sto leggendo distrattamente, allora cambio strategia e provo a spiegare l’argomento con parole mie. 

È dopo, quando mi chiedo: è andata bene, perché sì o perché no, cosa rifaccio la prossima volta e cosa evito.

In pratica è pescare un ricordo nei cassetti della memoria e capire dove si trova. È seguire un ragionamento logico e accorgersi se sta filando. È controllare se ho capito davvero o se sto solo memorizzando. È anche gestire la frustrazione mentre studio, respirare, e riprovare con un altro metodo.

Nella didattica quindi non è una materia a parte. È il “come” dentro ogni materia. Non insegna solo i contenuti, ma insegna a usare la testa per arrivare ai contenuti. 

Ecco perché non propongo il classico testo didattico. Io parto dall’idea che se un ragazzo impara a conoscere il proprio modo di imparare, diventa più autonomo, sbaglia meno e si fida di più. E questo vale per tutti, non solo per chi ha problemi.

Facciamo l’esempio del significato di alcuni termini. A me è servito tantissimo quello della frase minima.

Se a un bambino presento un termine nuovo senza altri riferimenti, lo userà in modo automatico solo in un contesto e non riuscirà a diversificarlo. 

Ricordo anni fa, alle scuole superiori, una mia compagna che all’interrogazione continuava a dire "branchie" al posto di "branche". Ne era assolutamente convinta. 

Ecco, dobbiamo allacciarci al significato di ogni parola: dobbiamo capirla, ripeterla e memorizzarla bene. Altrimenti da adulti scambieremo ancora branchie per branche. 

Questo succede perché i termini non vengono recepiti correttamente dal punto di vista fonologico e i concetti ancora meno vengono compresi.

Allora, dicevo, se presento un termine nuovo a un bambino devo prima portarlo a ragionare sul significato.

Prendiamo la frase minima. Cosa significa "minimo"?  

Una frase detta a voce velocemente e che nemmeno si recepisce?  

Una frase scritta con un carattere minuscolo?  

No. Una frase minima è composta da soggetto e predicato.

E qui casca l’asino. Cosa dice l’adulto per spiegarsi?  

"Il predicato è il verbo, è l’azione".

Magari il bambino ha appena fatto la lezione sui sinonimi e sui contrari. E quindi usa in modo indiscriminato predicato, verbo, azione. Per lui sono la stessa cosa.

E invece poi viene corretto e non capisce il perché. 

Perché con i sinonimi non siamo altrettanto rigidi. Quando parliamo o scriviamo usiamo tranquillamente meraviglioso al posto di bellissimo o di stupendo.

Invece i tre termini azione, verbo e predicato, pur avendo un significato vicino, hanno regole diverse e vanno usati in contesti diversi. E se non lo spieghiamo, il bambino ci rimane male.

Ecco, in sostanza, cosa significa lavorare sulla metacognizione.  

Significa fermarsi prima sul significato delle parole, far ragionare il bambino sul "perché si dice così", e dargli gli strumenti per capire quando e come usarle. 

Non è insegnare di più. 

È insegnare meglio.


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